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I Dialetti: storia delle lingue italiane

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I Dialetti: storia delle lingue italiane

  • 28 Maggio 2025
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Le lingue d’Italia

Esiste un legame incredibilmente forte tra il popolo e la lingua italiana, che poche altre culture condividono in egual misura con la propria lingua.

Mentre l’italiano non manca di tratti in comune con le altre lingue romanze, grazie alla condivisa origine latina, come tutte ha delle caratteristiche uniche, ma alcune più uniche di altre.

Un elemento in particolare sono i dialetti italiani, la cui definizione svia molto dalla definizione dei dialetti in altri paesi, rendendo questi sistemi linguistici unici nel loro genere.

Dialetti o lingue?

Le lingue d’Italia costituiscono uno dei panorami linguistici più ricchi e affascinanti d’Europa.

La complessa storia del paese, caratterizzata da numerose divisioni interne e occupazioni straniere, ha avuto un ruolo significativo nello sviluppo delle lingue non standardizzate, ovvero i “dialetti”.

A oggi esistono circa 30 lingue sul territorio italiano, tra cui l’Italiano ufficiale, e svariate lingue con i relativi gruppi dialettali interni.

La storia dei dialetti italiani

Com’è arrivata dunque la lingua italiana a questa frammentazione così profonda?

Le principali motivazioni sono state illustrate dal linguista e glottologo Graziadio Isaia Ascoli, nel primo volume dell’Archivio glottologico italiano.

La prima motivazione identificata è stata la mancanza secolare di una capitale centrale, capace di promuovere una lingua unica di riferimento per tutti i territori italiani; contrariamente ad esempio, a quanto avvenuto in Francia.

In secondo luogo, l’assenza di un movimento religioso o culturale unitario, come la Riforma protestante in Germania, che permise la diffusione di una lingua standardizzata anche in mancanza di unione politica.

Si aggiungono poi le considerazioni di Tullio De Mauro, il quale identificava anche questioni geografiche, tra cui la discontinuità naturale, che avrebbe ostacolato la diffusione di una lingua unica a favore dell’ampio sviluppo di idiomi locali.

L’origine dei dialetti

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Pur con le diverse influenze ricevute nel corso della storia, i dialetti italiani rientrano in gran parte nella famiglia di lingue romanze, con alcune eccezioni di varietà albanesi, germaniche, greche e slave.

Con la caduta dell’Impero Romano, infatti, e l’arrivo delle invasioni barbariche, il latino cominciò a evolversi in modi diversi a seconda delle regioni, dando vita a varianti locali che si sarebbero poi consolidate nei dialetti. 

Nel corso dei secoli, l’Italia è stata un crocevia di popoli, dai Greci ai Normanni, dai Bizantini agli Arabi, e ognuno ha lasciato un’impronta linguistica, arricchendo il patrimonio dialettale.

La marginalizzazione dei dialetti

La relazione tra i dialetti italiani e la lingua standard è sempre stata complessa e spesso conflittuale. 

L’italiano standard è emerso nel XIX secolo come risultato dell’unificazione del paese e della necessità di avere una lingua comune per facilitare la comunicazione tra le diverse regioni. 

Tuttavia, questa standardizzazione ha portato a una certa marginalizzazione dei dialetti, che cominciarono ad essere considerati delle “corruzioni” dell’italiano. 

Questa immagine si rivedeva soprattutto nelle scuole, in cui le lingue locali venivano schernite e affiancate all’idea di povertà e mancata istruzione.

Il trattamento dei dialetti peggiorò poi drasticamente durante il regime fascista, soprattutto dagli anni 30, in cui le lingue locali venivano viste come minaccia all’unità culturale del paese e fonte di errori da sanzionare e perseguire.

La rivalutazione dei dialetti in epoca moderna

Negli ultimi anni, c’è stata una crescente consapevolezza dell’importanza di conservare i dialetti italiani come parte del patrimonio culturale nazionale. 

Diverse iniziative sono state avviate per promuovere l’uso dei dialetti nelle scuole e nelle istituzioni culturali. 

Alcune regioni hanno introdotto programmi educativi che incoraggiano gli studenti a studiare il proprio dialetto, riconoscendo così il valore delle lingue locali. Questi sforzi mirano non solo a preservare la lingua ma anche a rafforzare l’identità culturale delle nuove generazioni.

Questo ritorno ai dialetti è spesso accompagnato da una riscoperta delle tradizioni locali, delle feste popolari e delle pratiche artigianali che caratterizzano ciascuna area. 

Le istituzioni culturali e le associazioni locali stanno lavorando attivamente per documentare e archiviare le varianti dialettali, contribuendo così a creare una coscienza collettiva sull’importanza di questi tesori linguistici.

La valorizzazione dei dialetti attraverso l’arte contribuisce a creare un senso di comunità e appartenenza tra le persone che condividono la stessa lingua locale. 

La rinascita dei dialetti si manifesta in modo evidente nelle arti e nella letteratura contemporanea.

Autori come Erri De Luca, che scrive in napoletano, o Andrea Camilleri, noto per il suo uso del siciliano nei romanzi del commissario Montalbano, dimostrano come i dialetti possano arricchire la narrazione grazie al loro intrinseco legame con il territorio.

I principali sistemi dialettali in Italia

Bensì sia un dibattito aperto l’esatto raggruppamento delle lingue italiane, convenzionalmente si riconoscono circa 30 lingue, includendo l’italiano standard e gli idiomi locali, i quali poi però possiedono ognuno una serie di sottogruppi dialettali.

I principali gruppi che troviamo sono gli idiomi romanzi, i quali costituiscono la maggior parte dei sistemi dialettali; gli idiomi germanici, presenti soprattutto nella zona trentina e alcune zone venete; gli idiomi slavi, ovvero sloveno e croato e gli idiomi unici di albanese e greco italiota.

Gli idiomi romanzi

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I dialetti romanzi sono a volte chiamati “dialetti romanzi primari”, ossia varietà linguistiche indipendenti dalla lingua italiana, sviluppatesi autonomamente dal latino, che non hanno raggiunto una standardizzazione.

I gruppi principali di riferimento sono le lingue settentrionali, o altoitaliane, le lingue centrali, le lingue meridionali e le lingue retoromanze. Si aggiungono poi il Toscano, la lingua Sarda e il dialetto Algherese, facente ufficialmente parte del gruppo dialettale orientale del catalano.

Le lingue settentrionali

Le lingue settentrionali sono a loro volta distinte in lingue gallo-italiche, presenti nelle zone del Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia e Romagna, e lingue Venete, ognuna delle quali possiede sistemi dialettali più ristretti.

Ad esempio, la lingua Lombarda è divisa in due sottogruppi: l’occidentale, quale Milanese, Comasco, Valtellinese e Lodigiano; e orientale, ovvero Bresciano e Bergamasco, Cremasco e Cremonese.

La maggior parte delle lingue settentrionali presentano infatti una suddivisione tra occidentali e orientali, eccezion fatta per l’Emiliano che è più appropriatamente suddiviso per città, e il Romagnolo che trova migliore suddivisione in occidentale, settentrionale e meridionale.

La lingua Veneta è un gruppo a sé stante che possiede meno differenze dal latino rispetto alle lingue gallo-italiche, ed è ritrovabile, principalmente, oltre che in Veneto in alcune zone del Trentino e della Venezia Giulia.

Le varianti principali sono il veneto centrale o meridionale, di Padova, Vicenza e Rovigo; il veneto orientale di Trieste, Venezia Giulia, Istria e Fiume; il veneto occidentale a Verona e Trento; il veneto centro-settentrionale di Treviso e il veneto settentrionale di Belluno.

Esistono poi anche il veneto dalmata, della Dalmazia; il veneto della Laguna di Venezia e i dialetti di valle e pedemontani, come il feltrino.

Le lingue e dialetti centrali

Appartengono al gruppo dei dialetti centrali i dialetti parlati nella parte centro-settentrionale del Lazio, in Umbria, parte delle Marche e le zone più meridionali della Toscana.

Il gruppo principale è quello delle lingue mediane, che è però anche il gruppo di più difficile classificazione in quanto le varie parlate si sono profondamente influenzate tra di loro in modo non lineare.

Si distinguono nei dialetti mediani i dialetti umbri, i dialetti marchigiani centrali, i dialetti della Tuscia viterbese con influssi del dialetto della Toscana meridionale; i dialetti del gruppo cicolano-aquilano-reatino e il dialetto laziale centro-settentrionale

L’altro dialetto principale del gruppo centrale è il romanesco, chiaramente diffuso prevalentemente nella capitale. Viene considerato indipendente dagli altri dialetti mediani a causa dell’influenza del toscano.

Le lingue meridionali

Le lingue meridionali vengono suddivise nel gruppo meridionale, che parte dall’Abruzzo e scende fino alla Calabria e Puglia settentrionale; e il gruppo meridionale estremo, che raccoglie il Salento, la Calabria meridionale e l’intera lingua Siciliana.

La caratteristica principale che divide i due gruppi è la presenza dello scevà come mutamento delle vocali atone, il quale è presente nelle lingue meridionali, specialmente in quella Napoletana, ma si perde più ci si avvicina al meridione estremo.

Le lingue meridionali comprendono i dialetti abruzzesi e marchigiani meridionali, i dialetti molisani, pugliesi centro-settentrionali, e soprattutto i dialetti campani e lucani, comprendenti le lingue della Basilicata.

Le lingue del gruppo meridionale estremo invece sono suddivise in tre gruppi: il Siciliano, il Salentino e il Calabrese.

Il Siciliano in particolare, oltre ai dialetti locali, presenta anche le isole linguistiche arbëreshë, l’idioma italo albanese; il gallo-italico di Sicilia e le lingue grecaniche di Messina.

Il Salentino comprende anch’esso all’interno l’area ellenofona della Grecìa Salentina e il centro di arbëreshë di San Marzano di San Giuseppe.

Infine nel gruppo Calabrese, suddivisibile ancora in Calabrese centrale e meridionale, si trova anche la lingua unica dell’Occitania, ovvero l’occitano.

Le lingue retoromanze

L’ultimo macrogruppo di dialetti è quello delle lingue retoromanze, in cui sono riconosciute la lingua Friulana e la lingua Ladina, ma anche il romancio del Cantone dei Grigioni, in Svizzera.

La lingua Friulana è presente nelle zone di Gorizia, Pordenone, Udine e alcuni comuni della zona di Venezia, è inoltre una delle lingue locali riconosciute ufficialmente dalla propria regione.

La lingua Ladina invece è parlata nell’area dolomitica ed è lingua coufficiale della provincia di Bolzano, ha riconoscimento in quella di Trento e ne è stata recentemente introdotta la tutela anche nei comuni ladini della provincia di Belluno.

Le lingue indipendenti

Lingue distaccate da altri sistemi dialettali ma egualmente importanti, le principali sono il Toscano, la lingua Sarda e la lingua Catalana.

Il Toscano è una lingua dall’immagine unica, in quanto più di altri dialetti, quelli appartenenti a questa lingua venivano considerati semplici varianti dell’italiano data la loro grande somiglianza.

Questa somiglianza è però chiaramente data dal ruolo di “fonte” che i dialetti toscani hanno avuto per l’italiano colto, che si è poi andato a modificare nell’italiano odierno.

La differenza principale sta infatti nel ruolo storico dei dialetti come lingue parlate, mentre l’italiano è stato da sempre lingua scritta, letteraria e aristocratica.

I dialetti toscani, chiamati anche vernacoli, sono stati suddivisi diverse volte nel corso della storia, fino ad oggi ad arrivare al riconoscimento di circa un vernacolo per provincia, più alcuni vernacoli “grigi”, cioè di transizione, come il viareggino e il pratese.

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La lingua Sarda, poi, è probabilmente quella più distaccata dal resto delle lingue italiane, costituita dal logudorese, nella zona centro-settentrionale, e dal campidanese, in quella centro-meridionale.

Il Sardo è riconosciuto come lingua coufficiale della regione e come una delle dodici minoranze linguistiche storicamente parlate nella Repubblica.

Questa lingua si caratterizza in quanto estremamente conservativa, tanto da essere considerata la lingua che si è meno discostata dal latino, secondo uno studio ha un distacco solo dell’8%. 

Si ipotizza inoltre che costituisca l’unico esponente ancora in vita di un sistema linguistico romanzo “meridionale”, insieme agli ormai estinti dialetti corsi.

Infine, in alcune zone italiane è diffusa anche la lingua catalana, nello specifico nella città sarda di Alghero, in cui si è conservata un’antica variante orientale, l’alguerès, che ha subito diverse influenze dal sardo e dall’italiano.

Gli idiomi non romanzi

Come anticipato, in Italia non esistono solo idiomi romanzi, ma anche idiomi di origine germanica, slava, greca e albanese.

Le varietà di lingua albanese arbërishtja, come suddetto, sono presenti in circa 50 comunità della zona meridionale. Queste sono riconducibili principalmente al tosco, una delle varietà principali della lingua albanese.

Gli idiomi di origine greca, invece, esistono principalmente nel Salento, in Calabria e in Sicilia soprattutto nella zona di Messina, dove sono riconosciute ufficialmente la lingua greca moderna e la grecanica di Calabria.

Gli idiomi germanici

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La presenza delle lingue germaniche in Italia è nota soprattutto per il bilinguismo italiano-tedesco della provincia di Bolzano, tuttavia sono presenti lingue di origine germanica in tutto il triveneto.

Ad esempio, il comune di Luserna è centro della comunità più vivace di lingua cimbra, un idioma di tipo bavarese, che si è però ridotto a poche centinaia di parlanti.

È ancora parlata invece la lingua mochena, con origini affini al cimbro, nei villaggi della Val Fersina. Altre lingue con origini simili si trovano anche in Carnia, nella provincia nord-occidentale di Udine.

Infine, sono diffuse parlate walser del gruppo alemanno in Piemonte e Valle d’Aosta, e il tedesco stesso è diffuso su buona parte della Val Canale, ai confini con l’Austria.

Gli idiomi slavi

I principali idiomi slavi presenti sul territorio italiano sono quelli di origine slovena. Nello specifico, lo sloveno stesso viene parlato in Friuli-Venezia Giulia sulla fascia di confine di Trieste, Gorizia e Udine. 

In provincia di Udine esiste inoltre una comunità slovena nella Val di Resia che utilizza una variante dialettale distinta dello sloveno: il resiano. Il dialetto resiano, molto simile ai dialetti sloveni della vicina Carinzia in Austria, inoltre il comune di Resia è ritenuto una minoranza linguistica slovena.

Anche in Molise esistono alcuni centri in cui si parla il “na-našu”, un antico dialetto slavo originario dell’entroterra dalmata.

Il patrimonio culturale dei dialetti italiani

I dialetti svolgono un ruolo cruciale nella conservazione delle tradizioni locali e nell’affermazione dell’identità culturale. Ogni dialetto è intrinsecamente legato alla storia del suo territorio, portando con sé usanze, tradizioni e pratiche che risalgono a secoli fa. 

Queste lingue non solo rafforzano il senso di appartenenza alla comunità, ma contribuiscono anche a mantenere vive tradizioni che altrimenti potrebbero andare perdute. 

Inoltre, i dialetti fungono da strumento di inclusione sociale. In molte comunità rurali, l’uso del dialetto crea un legame tra le generazioni, facilitando la trasmissione di conoscenze e valori. 

L’utilizzo di queste lingue è fondamentale per mantenere viva l’identità locale e per garantire che le culture non vengano dimenticate nel corso del tempo.

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